I protocolli dei savi anziani di Sion – Ben Klassen

I protocolli dei savi anziani di Sion - Ben KlassenCome detto precedentemente gli ebrei hanno scritto principalmente 5 libri che hanno avuto un ruolo molto importante nel portare avanti i loro piani di genocidio contro la razza bianca. I primi due sono il vecchio e il nuovo testamento, il terzo è il talmud e il quarto è “I protocolli dei savi anziani di Sion”.

I protocolli dei savi anziani di Sion sono senza dubbio il più mortale e diabolico programma per la sottomissione e la distruzione del genere umano che sia mai stato concepito dalle menti depravate collettive dell’uomo, i piani segreti dell’élite ebraica per il dominio del mondo. Si pensa che questa cerchia di potenti sia composta da circa 300 uomini, tutti ebrei, i quali si conosco fra loro ma che nessuno al di fuori di loro conosce. Sono anche sconosciuti al giudeo comune da cui ricevono il sostegno e il supporto. Questi anziani, che rappresentano il centro nevralgico supremo del potere della dittatura ebraica, hanno per secoli usurpato per se stessi il potere supremo del mondo. Essi sono anche l’organo di governo della Kehilla e della razza ebraica.

Il programma che viene esposto nei protocolli dei savi di Sion è un programma molto concentrato che riproduce un riepilogo, perché è di per sé un riepilogo dei programmi nascosti che gli ebrei hanno sparsi qua e la nei complessi e mutevoli volumi del Talmud. Il suo programma è anche il veleno distillato e concentrato stabilito nel “Das Capital e il Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx. E anche un’estensione della filosofia che si trova nel Vecchio Testamento e il Nuovo Testamento della Bibbia ebraica. Tuttavia, mentre l’Antico Testamento è stato creato per un pubblico di appartenenza ebraica in generale, il Nuovo Testamento è stato appositamente progettato per confondere e ingannare i Gentili, i protocolli dei savi di Sion sono un testo segreto. In nessun caso avrebbero mai dovuto essere visti dagli occhi dei Gentili. Pure al giudeo comune non è dato di conoscere esattamente quello che i leader ebraici hanno in mente.

Il fatto che ora i protocolli dei savi anziani di Sion siano disponibili per un pubblico gentile e in particolare modo per la razza bianca, è uno dei più grandi incidenti delle storia.

I protocolli dei savi di Sion vennero pubblicati per la prima volta dal professore Sergyei Nilus, un prete della chiesa ortodossa russa. Pubblicò la prima edizione in lingua russa nel 1905. Nella sua introduzione affermò che ricevette il manoscritto 5 anni prima da un amico che affermava che si trattasse di un documento originale rubato dalla donna di uno dei leader più influenti e di alto grado massonico al termine di una riunione degli “iniziati” in Francia, nido della cospirazione giudaico-massonica.

Il professor Nilo afferma che i protocolli dei savi di Sion non sono esattamente i verbali delle riunioni ma un rapporto, con una parte apparentemente mancante, scritto da qualche persona potente all’interno del complotto ebraico.

I protocolli dei savi anziani di Sion vennero pubblicati in un libro da Sergyei Nilus in Russia nell’anno 1905. Una copia datata 10 agosto 1906 dell’esemplare è esposta nel British Museum.

La pubblicazione di questo libro rappresentava una minaccia molto seria per la cospirazione ebraica e Adolf Hitler ha affermato che ogni qual volta che questo libro diventi di dominio pubblico in una nazione, la cospirazione ebraica è condannata al fallimento. Questo dimostra ancora una volta l’importanza dei protocolli dei savi anziani di Sion.

Gli ebrei ne sono al corrente ed è per questo che tutte le copie esistenti in Russia durante il regime Kerenski, vennero, subito dopo la rivoluzione, distrutti. I loro successori fecero in modo che il possesso di tali documenti venisse criminalizzato e che la pena per tale “crimine” fosse la fucilazione. È estremamente importante che ogni bianco – uomo o donna – studino questo documento che descrive un piano feroce per la propria distruzione e si convinca della sua genuinità in modo da capire il complotto ebraico.

Naturalmente gli ebrei continuano ad affermare istericamente che i protocolli dei savi di Sion sia una truffa, un falso, ma non dicono di che cosa, visto che implicherebbe che ne esista un esemplare originale.

In ogni caso, la cospirazione ebraica per il dominio e la sovversione del mondo, ha seguito così fedelmente questi piani che gli eventi della storia parlano per se. Si tratta della migliore prova sul fatto che i protocolli dei savi anziani di Sion siano autentici.

Henry Ford, in un’intervista pubblicata sul New York World del 17 febbraio del 1921, affermò riguardo al caso di Nilus concisamente e in modo convincente come segue: “L’unica affermazione che mi interessa fare riguardo ai protocolli dei savi di Sion è che i piani descritti nel documento per la conquista del mondo da parte degli ebrei sono in sintonia con quello che sta succedendo. I protocolli risalgono a 16 anni fa e dal quel momento la situazione mondiale è esattamente come descritta nei loro piani. Sono già oggi una realtà.

Dal momento in cui il signor Henry Ford fece questa affermazione sono passati più di 50 anni. Oggi possiamo vedere con i nostri occhi questa visione del mondo e constatare i piani descritti sono stati messi in atto. Possiamo avere una conferma più precisa sul programma esposto nei protocolli di Sion. Praticamente tutto il mondo è ora controllato dagli ebrei cosa che va a confermare ancora una volta l’esistenza di questo programma mortale in modo che una persona debba essere o un agente degli ebrei o un completo idiota, per negare l’autenticità dei protocolli dei savi di Sion.

Nel frattempo, gli ebrei hanno in modo consistente continuato a negare che i protocolli siano autentici. Hanno addirittura formato un comitato del senato per investigare sui protocolli e fare emettere un rapporto in cui si dice che i protocolli dei savi di Sion siano un falso. Naturalmente il tutto è stato organizzato e condotto sotto la guida di dei senatori ebrei come il senatore Javits e altri, con anche un bel po’ di supporto da parte di sostenitori degli ebrei. In ogni caso, la pretesa degli ebrei che i protocolli siano un falso e che gli ebrei siano i più grandi bugiardi e maestri dell’inganno del mondo, è la migliore prova della loro genuinità. Stranamente gli ebrei non si curano nemmeno di rispondere alle accusa riguardo alle minacce contenute nei protocolli, e in effetti, la correlazione tra la profezia dei protocolli e l’adempimento dei piani che sono già stati portati a termine è troppo evidente per potere portare argomenti per affermare il contrario. Questo gli ebrei lo sanno fin troppo bene, e quindi non si sono mai argomentati riguardo al materiale contenuto nel documento e l’adempimento di tali cospirazioni che sono ora sotto gli occhi di tutti.

In ogni caso, questi piani diabolici esposti nei protocolli dei savi anziani di Sion non sono una cosa nuova nella storia ebraica. Essi rivelano il piano architettato di azione della nazione ebraica che si è sviluppato nel corso dei secoli e editato dagli anziani di Sion stessi fino al giorno d’oggi. Secondo i registri del sionismo ebraico segreto, il re Salomone e altri ebrei istruiti, nell’anno 929 avanti cristo avevano già elaborato un piano per la conquista “pacifica” di tutto l’universo di Sion.

Durante il corso della storia questi piani cospirativi sono stati elaborati in modo dettagliato e completo da uomini che sono stati a tale scopo iniziati. Questi dotti decisero che avrebbero a tutti i costi dovuto conquistare il mondo per Sion con la furbizia del serpente simbolico, la cui testa rappresenta coloro che sono stati iniziati ai piani dell’amministrazione ebraica e il corpo del serpente rappresenta il popolo ebraico. L’amministrazione è sempre da tenere segreta, anche dalla nazione ebraica in sé. Dal momento in cui questo serpente è penetrato nel cuore delle nazioni, ha divorato e sovvertito tutto il potere dei non ebrei per se stesso. Si pensa che il serpente debba ancora terminare il suo lavoro, portando avanti fedelmente il piano iniziale finché la testa concluda il suo giro e finché in questo modo, il serpente completi il suo giro d’Europa per poi passare a tutto il mondo. Per realizzare questi piani si devono usare tutti i mezzi possibili per esempio prendendo il controllo dell’economia di un paese, soggiogando con la propaganda, con l’astuzia, con l’inganno, scatenando guerre, monopolizzando la finanza o un qualsiasi altro mezzo, qualunque cosa.

Chiunque abbia studiato il talmud si accorgerà delle connessioni tra il talmud e il programma previsto nei protocolli dei savi anziani di Sion. Per dimostrare che questa cospirazione diabolica dei protocolli di Sion non è nuova, basterà sapere che gli stessi principi e la stessa mentalità dei protocolli dei Sion ( che sono in realtà vecchi come la tribù stessa ) si possono trovare anche in un programma del 15º secolo che fu stampato e pubblicato in Francia nel 1889 e finanziato dai Rothschild. Quattrocento anni prima, il 13 gennaio del 1489, Chemor, un rabbino ebreo di Arles della Provenza francese, scrisse al Gran Sinedrio con sede a Costantinopoli per farsi consigliare sul come agire riguardo al fatto che le sinagoghe erano in pericolo. Cosa dovremmo fare noi ebrei in questa situazione? Questa fu la risposta:

Cari fratelli in Mosè,

Abbiamo ricevuto le lettere in cui ci fate sapere dei problemi che state passando e delle vostre angosce.

Siamo afflitti da un grande dolore nel sentire queste cose.

I consigli dei grandi satrapi e rabbini sono i seguenti:

  1. Nel caso che il Re di Francia vi obblighi a diventare cristiani? Voi, se non si può fare altrimenti, accetterete tenendo le leggi di Mosè nel vostro cuore.
  2. Riguardo all’eventuale ordine di confiscare i vostri beni ( la legge imponeva agli ebrei di consegnare i propri beni durante la conversione ), fate dei vostri figli dei mercanti così che essi possano, a poco a poco, arricchirsi sulle spalle dei cristiani e impossessarsi di tutti i loro beni.
  3. Riguardo al fatto di subire attentati alla propria vita: fate dei vostri figli dei medici e farmacisti in modo di essere in grado di togliere la vita e avvelenare i cristiani.
  4. Nel caso che qualcuno volesse distruggere le vostre sinagoghe: fate dei vostri figli dei chierici in modo che essi possono distruggere le loro chiese dall’interno.
  5. Per quanto riguarda le vessazioni di cui molti si lamentano: fate in modo che i vostri figli diventino avvocati e giudici e che ricevino casi riguardanti gli affari di stato, così da asservire i cristiani al nostro controllo e portare avanti i nostri piani di dominio mondiale e in modo da vendicarci su di loro.
  6. Non deviate mai da questi ordini che vi diamo, perché vedrete per esperienza che, umiliati come a volte vi possiate sentire, troverete sempre la via per raggiungere il potere.

Firmato V.S.S.V.F.F., il principe degli ebrei, 21esima Caslue (November, 1489)”

Nel 1844, poco prima delle rivoluzioni ebraiche del 1848 che scoppiarono in gran parte dell’Europa, Benjamin Disraeli, un ebreo battezzato il cui vero nome era Israele, pubblicò il suo romanzo Conningsby in cui rivelò quanto segue: “il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli che si immaginano coloro che non sono dietro le quinte”. E continuò scrivendo sul fatto che tutti questi personaggi fossero ebrei.

Una mappa del percorso del serpente simbolico potrebbe essere la seguente: la sua prima tappa fu in Europa nel 429 avanti cristo in Grecia, dove al tempo di Pericle, il serpente iniziò ad impossessarsi del potere di quello sfortunato paese. La seconda tappa fu a Roma, circa durante il tempo di Giulio Cesare. Questo fatto potrebbe sorprendere molti lettori, Giulio Cesare è molto probabilmente il più conosciuto romano il quale ricevette più pubblicità di qualsiasi altro, cosa dovuta al fatto che Giulio Cesare era un prezioso agente degli ebrei. Fu per questo motivo che venne ucciso da un piccolo gruppo di romani patriottici che rischiarono la propria vita per cercare di evitare la distruzione della Repubblica di Roma. Gli ebrei piansero e gridarono intorno al corpo di Giulio Cesare come fanno sempre quando uno dei propri agenti viene ucciso.

La terza fase si svolse a Madrid ai tempi di Carlo V, nel 1552. La quarta tappa a Parigi verso 1790 ai tempi di Luigi XVI e della Rivoluzione francese. Il quinto movimento del serpente simbolico di Sion avvenne a Londra dal 1814 in poi, dopo la caduta di Napoleone.

La sesta tappa del serpente simbolico di Sion avvenne a Berlino nel 1871 dopo la guerra Franco-Prussiana. La settima tappa della testa del serpente di Sion si svolse a San Pietroburgo nel 1881. Tutti questi stati che il serpente attraversò vennero scossi alla base nelle loro costituzioni.

Ci sono 24 protocolli e ognuno di essi è carico di veleno mortale concentrato. Il termine “goyim” viene utilizzato in tutto il documento, che è un termine usato per descrivere i non ebrei.

Si tratta di un termine dispregiativo ed è sinonimo di bestiame. In altre parole, gli ebrei vedono i gentili ( tra cui la razza bianca ) come delle bestie da manovrare, allevare come il bestiame per poi venire macellati o usati come schiavi.

Come detto in precedenza, una parte dei protocolli di Sion manca. Ho il forte sospetto che la cosa abbia a che fare con il fatto che i pezzi riguardanti il ruolo giocato da parte della truffa del cristianesimo nei loro piani per soggiogare i “goyim” è la parte mancante. Dal momento che il professor Nilus era anche un sacerdote, egli stesso potrebbe aver cancellato o distrutto questa parte, sentendo che sarebbe stato dannoso per la sua chiesa.

In ogni caso, i protocolli di cui siamo in possesso sono incompleti. Tuttavia, nelle brevi 70 pagine si trovano informazioni fondamentali riguardo alla cospirazione ebraica che è di imperativa importanza per noi di studiarli. Essi sono di vitale importanza anche per la nostra comprensione del modo di pensare degli ebrei e delle loro tattiche.

Fonte: Nature’s Eternal Religion – Ben Klassen

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Le leggi della natura sono eterne – Ben Klassen

Le leggi della natura sono eterne - Ben KlassenQuando osserviamo il mondo naturale che ci circonda restiamo sbalorditi dalla bellezza e dalla maestosità della natura. Vediamo i delicati tramonti in rosa riflessi nelle nuvole, vediamo l’imponente splendore delle montagne, rifulgendo e brillando nel loro manto di neve bianca in inverno, con un’esplosione di colori di foglie e fiori in primavera e in estate, sono dipinte con un infinito manto giallo e rosso con il cambiamento delle foglie in autunno. Possiamo vedere le vaste distese degli oceani e il loro scorrere incessante, onda dopo onda, e infine il loro abbattersi su una qualche lontana costa rocciosa o su una spiaggia ricoperta di sabbia. Siamo profondamente impressionati dalla limpida, frizzante, pungente aria del deserto all’alba, e dal suo bellissimo colore rosa corallo, tutto ciò accade non appena i primi raggi del sole colpiscono gli spogli picchi della montagna erosi dal vento. Quando girovaghiamo per un infinito campo di fiori colorati e splendenti in una prateria del versante di una montagna in primavera, siamo sommersi dalla profusione di colori, la bellezza e dalla varietà con cui la natura ci ha circondato.

Mentre ci abbeveriamo tra la bellezza dei fiori, del cielo blu, dei verdi alberi, delle montagne e dei fiumi che si increspano, siamo felici di essere vivi. Noi non la comprendiamo totalmente, non abbiamo idea di quanto tempo la Natura abbia impiegato a mettere insieme i suoi bellissimi spettacoli. Noi sappiamo solo che anno dopo anno la Natura cambia le sue stagioni dall’inverno alla primavera, all’estate e all’autunno. Sappiamo solo che la natura è sempre la stessa, nonostante sia sempre in mutamento. Vediamo come la primavera faccia spuntare i fiori venuti fuori dal terreno e successivamente inizino a sbocciare nella loro profusione di colori, solo per sbiadirsi ed appassire durante l’estate, produrre i loro semi in autunno, e andare a riposo sotto una coltre di neve durante l’inverno. Dopodiché giunge di nuovo la primavera e i semi sbocciano in una nuova generazione di fiori e lo stesso ciclo si ripete ancora.

Se siamo degli osservatori c’è un fatto evidente che non può possibilmente sfuggire alla nostra attenzione, e non può nemmeno non riuscire ad impressionarci, e che è un fatto innegabile che la natura sia governata da delle leggi. Il panorama può cambiare, l’aspetto della natura su una qualsiasi zona in particolare della terra può cambiare. Ma le leggi della natura non cambiano mai. Esse sono eterne, sono sempre state così e sempre così saranno; esse sono immutabili.

Ad esempio, le leggi di gravità sono sempre state quelle che sono ora per infiniti eoni. Saranno le stesse domani e saranno sempre le stesse per tutta l’eternità. Non solo le leggi di gravità sono fissate e immutabili sulla faccia del nostro pianeta, la terra, ma sono le stesse anche sul pianeta Marte, Giove e Venere. Esse operano sulle stesse e identiche basi all’interno e attorno di quell’enorme stella dalla quale deriva tutta la vita e l’energia, che noi definiamo come il nostro sole. Non soltanto in quello, le leggi di gravità operano allo stesso modo e maniera, esattamente e precisamente, in tutti gli altri soli della nostra galassia, e senza dubbio in tutte le milioni di galassie che raggiungono distanze che sono totalmente inconcepibili dalla mente umana, distanze che per raggiungerle così lontane come sono, ci vorrebbero miliardi di anni luce.

Abbiamo menzionato le leggi di gravità. La Natura ha milioni di altre leggi, come le leggi che governano l’elettricità, come le leggi che governano le attività della chimica. C’è una miriade di leggi che governano la relazione tra luce, il calore e l’energia. Ci sono leggi che governano l’interazione di elettricità e magnetismo. Ci sono leggi matematiche.

Intessuta tra tutte le leggi della natura è una fantastica, sbalorditiva interrelazione, una mistura di tutti gli intricatissimi ingranaggi che fanno operare la Natura stessa in modo infinito e perpetuo nella sua inesorabile spinta in avanti attraverso gli eoni del tempo, in perenne mutamento, ma le sue leggi sono fissate per sempre, stabili e inflessibili.

Non c’è un solo straccio di evidenza che una singola legge della natura sia mai stata cambiata o infranta.

Cos’è la Natura? L’ovvia risposta non è troppo difficile. Semplicemente la Natura è l’intero Cosmo, tutto l’universo incluse le milioni delle sue leggi naturali tra lo spazio e il tempo.

Queste leggi sono eterne. L’uomo ha già svelato milioni tra i misteri della Natura. E oggi sta scoprendo ancora di più le eterne leggi della natura ad un ritmo sempre più crescente. Attraverso la tecnologia egli sta incessantemente beneficiando della sua comprensione dei misteri della Natura. È totalmente vero dire che sebbene l’umanità continuerà ad ampliare le sue conoscenze delle leggi della natura, non potrà mai e poi mai, risolvere più di una piccola frazione di esse.

Quando noi conosciamo la vastità della nostra stessa galassia conosciuta come la via lattea, e realizziamo che è solo una delle milioni di galassie che ora possono essere identificate dai nostri potenti telescopi, la nostra immaginazione è scossa dalla vastità dell’universo della Natura. Siamo arrivati a capire che il nostro piccolo mondo è solo un piccolo puntino nella vastità dello spazio, e la nostra durata di vita solo un fugace attimo nella cornice dell’eternità.

Noi troviamo che dato che la massa della Natura è inanimata, la Natura è anche ricolma di vita. La stessa vita è suddivisa in tanti e tanti gruppi. Può essere approssimativamente divisa nel campo di fiori, negli alberi, nel prato, nei vegetali, ecc…, tutti appartenenti al campo della botanica. Dopodiché abbiamo anche l’immensamente variegato gruppo degli uccelli e degli animali, dei pesci e degli insetti, approssimativamente classificati nel campo della zoologia. Inoltre noi troviamo che a causa della diversità di ognuno di questi campi che è immensa, oltre la nostra immaginazione, ogni specie può essere suddivisa in molte altre centinaia di sub-specie. Ad esempio ci sono migliaia di specie e di sub-specie di uccelli. Ci sono migliaia di specie e di sub-specie di pesci. Ci sono migliaia di specie e sub-specie di uccelli. Quando arriviamo al mondo degli insetti sembra che non riusciremo mai a classificare tutte le specie e le sub-specie che esistono sulla faccia della terra. Gli scienziati hanno classificato un milione di specie di insetti, ed è stato calcolato che è solo il 10 percento del totale esistente. È interessante notare che ci sono oltre 320 specie di soli colibrì.

Se guardiamo a noi stessi scopriamo che anche noi, appartenenti alla specie umana, siamo una delle creature della Natura. Inoltre, constatiamo che il genere umano, facendo un calcolo approssimativo, ammonta ora a 3.6 miliardi, anche è suddivisa in molte sub-specie, con centinaia di differenze nella loro composizione fisica, mentale, emotiva e psichica.

Alcune di queste differenze sono di maggior importanza, ma tutte loro sono significative. Tra tutte le specie del genere umano, noi, fieri membri della razza bianca, sentiamo che la Natura, nella sua creazione della nostra razza in oltre milioni di anni, ha, fino a questo momento, raggiunto il pinnacolo della sua creazione. Noi crediamo questo, e ci crediamo, perché c’è un grande ammontare di fatti sostanziali che corroborano questa conclusione. Io sono fiero di essere un membro della razza bianca e sono grato alla Natura che mi ha concesso il privilegio di essere un membro della sua più eccellente ed avanzata specie.

Avrò molto di più da dire sulla razza bianca in seguito, ma il mio obiettivo qui ed ora è di approfondire ulteriormente i fenomeni della natura e la sua miriade di straordinarie leggi in quanto concerne la sopravvivenza e la diffusione della vita stessa. Ci sono alcune persone che affermano che noi ora abbiamo conquistato la Natura. Essi sostengono che l’uomo con tutte le sue invenzioni scientifiche sia ora al di sopra delle leggi della Natura. Questo, ovviamente, è una totale follia e completamente falso. Al massimo, abbiamo parzialmente squarciato il velo di alcuni dei segreti della Natura e scoperto ciò che sono alcune delle sue leggi.

Comprendere una parte di ciò che sono queste leggi ed utilizzarle a nostro favore per la nostra sopravvivenza è tutto ciò che possiamo davvero sostenere. La prova schiacciante è che noi siamo soggetti alle leggi della Natura nella loro totalità esattamente come lo è ogni altro essere vivente. Noi stessi siamo una creazione della Natura, esattamente come tutte le altre, e inoltre anche noi obbediamo alle sue leggi e operiamo in armonia con esse, altrimenti la Natura ci eliminerebbe esattamente come lei avrà sicuramente fatto a tante altre specie, proprio come il dodo e i dinosauri che sono stati relegati nel deposito dei rottami dell’antichità (il dodo è un uccello estintosi nel XVII secolo nelle isole Mauritius, nota mia).

In ognuna delle sue specie la Natura ha implementato un forte istinto di sopravvivenza e di continuità della sua stessa specie. È evidente in oltremisura che la Natura richiede la segregazione interna di ogni specie. Tra gli uccelli ci sono ad esempio 87 specie di martin pescatore; ci sono 175 specie di picchio; ci sono 265 specie di pigliamosche (tipo di uccelli che si cibano di insetti, nota mia); ci sono 75 specie di allodole; ci sono ancora 75 specie di rondini; ci sono approssimativamente 100 specie nella famiglia delle ghiandaie, delle gazze e dei corvi; nel vasto regno dei pesci, ci sono, ad esempio, 250 specie conosciute di squali e così via. Inoltre quando una specie si è fermamente costituita, essa in pratica non si mischierà mai con una di un’altra specie della stessa famiglia. Ad esempio, le anatre selvatiche Americane possono anche nuotare e nutrirsi allo stesso modo di un branco di codoni comuni, ma non si mischieranno. Essi si accoppieranno esclusivamente con quelli della loro specie, il codone comune col codone comune, e l’anatra americana con l’anatra americana.

L’orso bruno può vivere nella stessa foresta con l’orso nero, ma anche loro, sanno abbastanza bene di non mischiarsi. Loro stanno esclusivamente con la propria specie. Ci potrebbero essere 175 specie di picchio, ma anche loro, staranno esclusivamente con la loro stessa specie e non si mischieranno.

Le 75 specie di rondine possono tutte essere originariamente derivate da una specie molto tempo addietro nella loro evoluzione, ma non regrediranno e non si mischieranno tra di loro diventando di nuovo un’unica specie mista di rondini. No, la Natura non ragiona in questo modo.

Se così non fosse, allora tutte le specie si mischierebbero presto in un’unica specie di bastardi meticciati. Oltretutto le rondini bastarde si mischierebbero presto con le 75 specie di allodole e avremmo immediatamente una “rondinodola” (presa in giro dell’autore per intendere un meticcio tra una rondine ed un’allodola, nota mia) , la “rondinodola” bastarda si sarebbe presto mischiata con i cardinali e gli uccelli azzurri meticciati e l’intero processo sarebbe degenerato in un unico uccello bastardo. Il risultato finale sarebbe che gli uccelli perderebbero le loro stesse innate e peculiari caratteristiche che hanno permesso loro di sopravvivere in tutte queste migliaia di anni.

Molto del nostro disgusto e della nostra tristezza, deriva dal fatto che un qualcosa di così innaturale stia avvenendo tra le razze umane negli anni recenti. Se ciò non sarà fermato, noi, la razza bianca, pagheremo un duro prezzo per la nostra perversione criminale nei confronti delle leggi della Natura.

Perché la Natura richiede la segregazione interna delle specie? C’è una ragione davvero ottima per questo ed è il conseguimento della legge della sopravvivenza del più adatto. La Natura sta continuamente lottando per evolversi, per migliorare, e per trovare una migliore generazione, una migliore specie, un migliore esemplare della stessa. Lasciatemelo ripetere: la Natura sta continuamente cercando di far evolvere le specie tramite la segregazione dei picchi, ad esempio, in 175 specie. Ognuna di quelle particolari specie ha 175 differenti candidati, ognuno di loro con le sue proprie peculiarità e mezzi particolari di sopravvivenza ed espansione. Alcune di loro sono migliori di altre. Alcune di queste specie non sopravviveranno. Altre sono più adatte ad affrontare l’ambiente, i loro nemici naturali, la condizione del cibo, l’espansione, ecc…, (esse) non solo sopravviveranno, ma si moltiplicheranno in grandi numeri. Perciò la risposta è ovvia, la Natura sta continuamente producendo nuove specie che saranno in grado di competere meglio nell’ostile arena della vita contro tutte le altre. Se alcune sono più adatte delle altre a mimetizzarsi nel loro ambiente, loro sopravvivranno e prospereranno. Se esse sono meno capaci, sopravviveranno per un periodo e poi saranno relegate nella discarica dell’evoluzione. Agendo così, la Natura si sta continuamente evolvendo ad un livello più elevato.

La Natura in più assegna ad ogni particolare specie e sub-specie i suoi attributi peculiari per la sua espansione, per la sua difesa, per rimediare il suo cibo e supporto – in breve – come mezzi per la sua sopravvivenza e per moltiplicarsi.

Alcuni animali, come la tigre per esempio, hanno un rimarchevole numero di attributi a loro favore, a livello di entrambi, attacco e difesa. Le tigri hanno dei feroci artigli e denti affilati; possono correre molto veloce; sono forti fisicamente e dei selvaggi combattenti. L’elefante d’altro canto non ha affatto denti, o artigli, ma lui è una grossa bestia di animale con una pelle dura ed è uno dei mammiferi di terra più pesanti che esistano. È perciò estremamente difficile per qualunque animale attaccarlo ed ucciderlo a causa delle sue grandi dimensioni, la sua potente struttura, la sua dura pelle, e per il fatto che lui può, e spesso lo fa, calpestare altri animali a morte.

Il coniglio d’altra parte, è un piccolo e leggero animale. Non ha nessuna delle difese dell’elefante o della tigre, ma sembra che esista in ogni caso a grandi numeri perché ha altri peculiari attributi che li compensano ampiamente. Non è un combattente come il leone o la tigre. Al contrario è un animale davvero timido, ma la natura ha munito anche lui con un meccanismo di difesa, che è la sua abilità di correre veloce. Essa ha anche compensato il coniglio in vari altri modi, non per ultimo la sua abilità nell’accoppiarsi e moltiplicarsi in modo prolifico. Durante lo stesso periodo di tempo che è intercorso tra un elefante femmina a dare alla luce un piccolo e il tempo che lei impiega a far nascere il prossimo, un coniglio avrebbe avuto molti posti (da riempire), almeno una mezza dozzina o anche di più. E in quel lasso di tempo sarebbero passate diverse generazioni.

E così via. Fin quanto la Natura è coinvolta, non ci sono né bravi ragazzi né cattivi ragazzi, non ci sono né eroi né cattivi. C’è solo un unica legge immutabile. La legge della sopravvivenza. Di perpetuare la tua propria specie.

Non c’è nessuna cosa per queste creature come la giustizia, o la moralità, o un senso di correttezza. La Natura dice ad ogni creatura: tu sei munita di certe caratteristiche, peculiarità e attributi, per espandere e perpetuare la tua specie e difenderla da tutte le altre, nessuno è tenuto prigioniero. Indipendentemente dal fatto che sia usato l’inganno, il raggiro, l’astuzia, il furto, o qualsiasi altra cosa, fa tutto parte del gioco. Ad esempio potrebbe sembrare davvero sleale e terribilmente crudele che un grosso leone possa abbattere e uccidere un bellissimo cucciolo di cervo femmina. Ma accade ogni giorno ed è totalmente in linea con le leggi della Natura. Una specie trae nutrimento da un’altra, e in modo da poterlo fare, uccide e distrugge. Il fatto che loro non possano nemmeno essere fronteggiati è totalmente fuori tema e la Natura ne è completamente indifferente.

Potrebbe anche sembrare incredibilmente sleale che un serpente a sonagli, armato di veleno nei suoi denti, possa essere in grado di strisciare furtivamente verso un coniglio e colpirlo con un’iniezione di veleno sottocutaneo, qualcosa contro cui il coniglio non ha difesa alcuna. Può sembrare scorretto e crudele che un falco possa individuare un pesce sott’acqua, piombare giù dal cielo e infilzarlo per la sua cena. Nondimeno, questo è il naturale corso delle cose e rientra totalmente nel preservare le leggi della Natura.

È un problema del pesce grosso mangiare il pesce piccolo e del leone di mangiare l’agnello, al contrario di tutto ciò che potremmo leggere in alcune storie mirabolanti sul leone e l’agnello che dormono pacificamente insieme. Semplicemente non è così, questo non è esattamente il modo in cui operano le leggi della Natura.

Insita in ogni creatura, non importa se uccello o mammifero, pesce o insetto, c’è un forte istinto che spinge verso la preservazione della propria specie e della propria specie soltanto. Questo bisogno è la base per la continuazione di ogni forma di vita ed è una cosa su cui noi vogliamo porre una grande enfasi. È qualcosa che anche noi, la razza bianca, possediamo ma che siamo in grave pericolo di venire cancellati tramite un’influenza artificiosa ed esterna. In modo da poter vedere esattamente quanto forte sia questo istinto, noi esamineremo il ciclo di alcune specie di animali, uccelli, insetti, e piante.

Uno dei più interessanti è lo studio del ciclo vitale del salmone rosso. Probabilmente in nessun’altra specie l’istinto di espandere il proprio genere è più forte che nei pesci. La fine del suo ciclo vitale è pieno di dramma e di pathos.

Il fiume Adams è uno dei tanti fiumi nella vasta rete di affluenti del Fraser, Columbia Britannica, Canada. Lì, nel letto cimiteriale del fiume Adams, a 150 ( 240 Km ) miglia dall’oceano, ci sono alcuni tra i salmoni rossi che stanno deponendo le uova sul terreno. Un altro grosso terreno per deporre uova è il Brooks river, che sfocia nella Baia di Bristol, in Alaska.

Lasciateci iniziare il ciclo con la femmina che ha deposto le sue uova in un nido denominato “un’area di deposito” in un fondo tombale del fiume. Qui le uova possono stare per molte settimane sotto un quantitativo di 16 once di ghiaia. Eventualmente questi posti oscuri possono essere come occhi che brillano attraverso le celle trasparenti. In seguito in questi “occhi-uova”, posto in cui il piccolo pesce che deve nascere, può esser visto agitarsi tutto, preparandosi per venir fuori.

A volte in inverno le uova si schiudono. “L’avannotto,” (pesce d’acqua dolce appena nato, nota mia) in quanto vivaio di pesca per gli uomini i piccoli che vengono fuori, sono una goffa creatura con una corposa sacca di tuorlo color arancio attaccata alla loro parte inferiore. La sacca fornisce del cibo per il piccolo pesce nel mentre che attende sviluppandosi nella ghiaia.

Allora in una notte oscura viene fuori, lungo un’oncia, iniziando la sua vita nel mondo sconfinato.

È un mondo crudele nel quale è venuto. Le piene, la siccità, e i cambiamenti di temperatura in acqua possono essere fatali.

I giovani salmoni sono le prede per il cottus gobio, la trota, i piccoli della loro specie, gli uccelli, perfino della libellula nei suoi precoci stadi acquatici. L’assottigliamento è terribile – su 3.000 uova di un salmone rosso femmina, solo 30 salmoni su 100 raggiungeranno la misura di un dito.

Il giovane salmone rosa e dalla forma allungata si sposta direttamente nel mare. Le altre specie restano nei fiumi e nei laghi per un anno o due. A volte crescono fino alla lunghezza di 5 o 6 once prima di viaggiare lungo la corrente. Una volta nell’oceano, loro sono difficili da trovare, ma degli esperimenti intensivi di tracciamento hanno dato informazioni sufficienti. Il salmone brulica in massa nell’oceano del nord Pacifico. Durante gli stadi precedenti, mentre erano ancora negli sbocchi dei fiumi, essi nuotavano in delle enormi “scuole” (nel senso che nel fiume facevano pratica di sopravvivenza per la vita che avrebbero fatto in mare aperto, nota mia). Dal momento che diventano più grandi, fanno, una volta all’anno, un viaggio attorno all’oceano pacifico per più di 3218 km per 3 anni di fila. A quel punto, dopo 3 o 4 anni nell’oceano, per il tempo che la Natura li ha tarati per tornare, fanno rotta per il loro fiume natale entro un periodo incredibilmente preciso.

Perciò è esatto il tempismo del salmone rosso della baia di Bristol in Alaska, per esempio, che tutti i pesci, ammontano ad un quantitativo di cinque milioni, arrivano nell’estuario entro 3 settimane a fine giugno e nei primi di luglio – nonostante il fatto che dei singoli lo raggiungano da almeno la metà delle direzioni di una bussola e da una distanza di 1.931 chilometri o più. Essi si radunano con una tale misteriosa accuratezza che il culmine della corsa, che avviene all’incirca il 5 luglio, non ha mai variato più di 8 giorni nei 10 anni coperti dalla sorveglianza scientifica.

Consideriamo il problema che il salmone incontra nel tornare a casa. Quando il suo istinto riproduttivo gli dice di far rotta verso casa per fare la covata, non può seguire alcuna traccia percorsa nell’oceano di lontane linee di un pesce che è venuto prima. Ci sono solo correnti che cambiano, leggere differenze nella salinità, e delle lievi variazioni nella temperatura dell’acqua, nessuna delle quali sembra essere abbastanza adattabile da essere utilizzabile per direzionare un corso di migrazione.

Come funziona il meccanismo che permette al salmone di navigare con una così sorprendente precisione attraverso le inesplorate acque dell’oceano, è ancora un mistero per la scienza. Qualunque sia il meccanismo, la Natura lo ha fornito con un mezzo infallibile che non solo gli permette di tornare indietro alla foce dello stesso fiume dal quale è entrato nell’oceano anni prima, ma di nuotare controcorrente per navigare attraverso i differenti canali, affluenti e ramificazioni e di tornare indietro precisamente agli stessi terreni della covata da dove era originariamente nato. Per alcuni Salmoni il viaggio su per il fiume è corto. Dato che sono rosa e di forma allungata di solito covano vicino al mare, a volte proprio nella zona vicino al litorale. Altre specie viaggiano centinaia di miglia nell’entroterra; ci possono essere alcune lotte contro corrente viaggiando per mesi a 3.218 km lontano dalla costa.

Consideriamo che il salmone rosso continua ad andare nel fiume Adams da prima dell’inizio dell’era cristiana. La migrazione nell’entroterra è una fatica erculea. Il salmone arriva alla foce del fiume in piene condizioni, la loro carne spesso è tinteggiata di rosso a causa dei crostacei tipo il gambero di cui si sono nutriti nel mare, e sono carichi di olio da una dieta a base di aringa ed altri pesci grassi.

Ma una volta che fanno rotta verso la sorgente smettono di mangiare del tutto. Gli stomaci di entrambi i sessi si contraggono. Per via della loro lunga lotta contro la corrente e le cascate, i pesci vivono rifornendosi solamente di grasso, diventando dei meri portatori del prodotto del sesso che essi depositano prima di morire. Nel caso del salmone del fiume Adams, il pesce farà la sua corsa in approssimativamente 18 giorni, viaggiando 482 km controcorrente.

Durante questi 18 giorni avvengono dei rimarchevoli cambiamenti biologici nel salmone, nel suo viaggio lungo il fiume. I loro corpi diventano di un rosso scarlatto vivido e le mascelle dei maschi diventano grottescamente ricurve e deformi, e sviluppano i denti.

A volte non possono nemmeno chiudere le loro bocche. Sempre i maschi sviluppano una gobba sulla schiena che essi non avevano al tempo in cui lasciarono l’oceano.

Alla fine arrivano a grandi numeri ai loro terreni della covata, dei banchi tombali dove erano nati. Immediatamente la femmina inizia a scavare una buca, “un’area di deposito” per deporci le sue uova. Lei fa questo facendo sbattere la sua coda contro il fondo tombale del fiume. Dopo aver deposto una parte delle sue uova con un rituale di procreazione con il maschio, che le fertilizza, lei si muove leggermente controcorrente per deporle di nuovo. La ghiaia proveniente dal secondo uovo nel buco cola giù ricoprendo il primo. Entro un periodo di diversi giorni e notti di scavi e riposo la femmina può aver scavato svariate di queste buche e depositato in tutte loro 3.000 uova o più, ogni volta un maschio continuava a stare lì, pronto per fertilizzarle non appena venivano depositate.

E così i salmoni rossi, in un ornamento di un composito rosso, brillano insieme in una sorta di rituale di corte verso i loro nidi di covata, o “area di deposito” . Spinti da uno degli istinti più forti in Natura, i salmoni hanno trovato la loro via attraverso lo sconfinato oceano pacifico, hanno eluso i pescatori, hanno lottato contro la corrente del fiume, hanno superato le cascate e gli ostacoli fatti dagli uomini. Ed infine raggiunte le loro acque native e riprodottosi, con la vita che viene portata via da loro, essi muoiono. Hanno compiuto la loro missione. Hanno assicurato che una nuova generazione sarà nata per ripetere nuovamente il ciclo. Loro fanno questo anno dopo anno, generazione dopo generazione, seguendo lo stesso modello che la Natura ha designato in particolare per loro.

Cosa possiamo imparare dalla precedente storia della vita del salmone rosso? Noi possiamo osservare l’operato di diverse leggi fondamentali della Natura:

  1. La Natura ha fornito ogni specie con una forte e istintiva spinta di perpetrare la sua propria specie con l’esclusione di tutte le altre.
  2. La Natura ha un peculiare e particolare programma radicato nell’istinto di ogni creatura che essa segue fedelmente nel suo programma di vita per portare avanti quella generazione. Se per una ragione qualsiasi, come i disastri naturali o una qualunque altra cosa, la specie dovesse deviare dal programma, soffrirebbe delle tremende perdite. In alcuni casi, se non fosse in grado di far fronte al cambiamento della mole del carico su di essa, subirebbe l’estinzione.
  3. La morte è una naturale sequenza nell’infinita catena della vita, e la Natura non è mai interessata a preservare il singolo, ma solo a preservare la specie.
  4. La percentuale di perdite e di assottigliamento prima che la specie raggiunga lo stadio dell’accoppiamento possono essere estremamente elevate, ma il più forte, il più sano, il più pronto, sopravvivono per far riprodurre la generazione successiva. Il più debole e il meno aggressivo vengono scartati e si tolgono dalla via.
  5. In pratica l’intero ciclo vitale delle specie è utilizzato per sopravvivere e crescere fino allo stadio dell’accoppiamento. Allora il culmine di tutti gli sforzi di una vita raggiungono il suo apice con la riproduzione e con il portare avanti la prossima generazione e continuare così l’infinita catena della vita.

Un gran numero di creature della Natura sono di tipo predatorio, ciò significa che i loro principali mezzi di sopravvivenza sono l’uccidere e trarre nutrimento da un’altra forma di vita diversa dalle piante. Sotto questa categoria, nel regno degli animali, possiamo elencare leoni, lupi, coyote, leopardi, volpi e centinaia di altri. Nel regno degli uccelli noi abbiamo le aquile, i falchi, gli avvoltoi, e molti altri. Nel regno dei pesci praticamente tutti i grandi pesci mangiano i pesci piccoli e in molti casi essi mangiano perfino i pesciolini della loro stessa specie.

L’uomo stesso, è un predatore a grandi livelli visto il fatto che mangia carne ( L’umo può scegliere, io sono vegetariano, nota mia ). Uccide il bestiame, pecore, maiali, polli, pesci, selvaggina di caccia, oppure mangia i prodotti degli animali o caccia uccelli, così come prende il latte dalle mucche, le uova dai polli eccetera. Tuttavia, l’uomo non ama considerare sé stesso come un predatore dato che usa le mani nel rimediare molti degli animali e degli uccelli che mangia. Nonostante ciò, questo in nessun modo cambia il fatto che l’uomo sia un predatore e che mangia e uccide altre creature della Natura.

Alcune delle specie più basse, inferiori, come i neri dell’Africa, sono addirittura cannibali e si mangiano a vicenda.

Una diversa categoria da quella della classe dei predatori è il gruppo dei parassiti che infestano questo mondo. Noi abbiamo creature simili come le zanzare, i pidocchi, le pulci, le cimici, le zecche, e migliaia di altri che vivono sui corpi di altre creature, e generalmente senza ucciderle, riescono ad ottenere il loro cibo e sostentamento succhiando il sangue e i fluidi vitali dei loro infelici ospiti.

Alcuni parassiti, come vedremo in seguito, esistono tra le stesse specie umane.

Ora noi vogliamo dare uno sguardo più dettagliato a due creature predatorie, una nel regno degli uccelli e l’altra nel regno degli animali e vedere come esse si relazionano con i problemi della sopravvivenza e della perpetrazione delle loro specie.

Un magnifico uccello, ovviamente, è l’aquila. Il suo emblema eroico ha fregiato gli stendardi delle vaste legioni di Roma nella storia antica. Il suo emblema si trovava anche orgogliosamente sugli stendardi e sulle bandiere dell’eroica Germania di Hitler. Molti altri popoli e paesi hanno usato l’aquila come simbolo di orgoglio e potenza. È un uccello tanto nobile dal momento in cui ha spiegato le sue ali attraverso i cieli azzurri. È il re degli uccelli.

L’aquila reale è un predatore. La diffusione e l’habitat dell’aquila reale si estendono su gran parte del Nord America, una grossa parte dell’Asia, in una parte davvero piccola dell’Africa e l’Europa costeggiandola immediatamente attorno al mediterraneo.

Questo re degli uccelli, così famoso nelle storie e nelle favole, è ora anche una specie in via d’estinzione, o almeno ora sta diminuendo di numero. Approssimativamente ne sono rimasti soltanto 10.000 nel continente nord americano, noi siamo chiamati ad uno studio autorevole sull’aquila reale.

Questo qui potrebbe essere uno dei più grandi cacciatori nel regno degli uccelli, ma dovrebbe coprire un totale di 160 chilometri quadrati per nutrire la sua famiglia. Gli stessi adulti consumano all’incirca 453 grammi di carne al giorno. Nei monti del Montana, 18 coppie di aquile che stavano nidificando, sono state contate in una grossa area ed è stato calcolato che in media le coppie hanno preso per sé un territorio di 112 chilometri quadrati. L’aquila reale farà il nido nella stessa zona e spesso nello stesso posto, stagione dopo stagione.

Nello studio delle aquile in questa data zona è stato scoperto che la media delle femmine che fanno il nido depositano due uova all’anno dai quali nascono in media 1.8 aquile… tra quelle sono nate, 87 percento sono sopravvissute per lasciare il nido.

A dispetto di essere re degli uccelli, le aquile affrontano molti pericoli. Prima che essi possano eventualmente lasciare il nido molti uccellini (possono) avere una caduta fatale dal nido situato in una dimora così alta. Il nemico più pericoloso delle aquile adulte è lo stesso uomo e molte aquile possono essere sia sparate che avvelenate, oppure addirittura colpite dalle auto in movimento. Infatti la metà delle morti delle aquile sono causate dall’uomo, la principale ragione per cui ora loro sono una specie che sta scemando.

Le aquile lavorano duramente per fornire alla loro famiglia il cibo necessario per la loro sopravvivenza. La lepre americana gli procura il 37 percento del loro bottino e i conigli dalla coda di cotone del deserto e delle montagne fanno un altro terzo. Altri uccelli compongono il 12 percento della loro merce. Il restante 18 percento consiste in una varietà di prede, incluse alcune pecore addomesticate. Tutte quante le aquile reali di questa zona del Montana, consumano 32 specie di prede, andando dagli scoiattoli di terra ai giovani cervi, dal gufo della Virginia al serpente a sonagli.

Gli uccelli generalmente si accoppiano per la vita, se uno muore, il superstite prende subito un nuovo partner.

Cosa può essere appreso da questa breve storia sulla vita dell’aquila reale? Ci sono alcune osservazioni in più da fare qui sull’operato delle leggi della Natura. Un fatto ovvio è che a dispetto di essere il re degli uccelli, non sta necessariamente avendo un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza della sua specie. La razza bianca, su tutte, dovrebbe prendere bene nota di questa lezione.

Nonostante tutto l’aquila è un eccellente cacciatore, deve lavorare duro per nutrire sé stesso e la sua famiglia, noi abbiamo osservato inoltre che l’uccello, come i primi coloni, pattuglia un territorio predefinito tenendolo per sé stesso. Sa che una famiglia ha bisogno di una quantità minima di territorio in modo da poter provvedere a sé stessa e nutrire i suoi piccoli. Nel caso delle aquile, questo quantitativo è approssimativamente di 112 chilometri quadrati.

La più importante lezione che noi possiamo apprendere dall’aquila è che a dispetto del fatto che è un grande cacciatore, nonostante sia un impavido e coraggioso combattente, la sua specie sta sparendo dalla faccia della terra a causa del suo basso tasso di riproduzione. È ovvio che nonostante le sue ammirevoli qualità – sguardo acuto, grandi ali e artigli affilati, ciò non è abbastanza.

Loro devono avere anche un livello riproduttivo più prolifico in modo che la sua specie sopravviva. Nonostante il tasso di mortalità del salmone rosso sia molto, molto più elevato, il salmone fa molto di più per la proliferazione della sua specie, perché, diversamente dall’aquila reale, che depone solo due uova, il salmone femmina depone 3.000 uova e perciò ha un fattore di moltiplicazione di gran lunga migliore a suo favore.

I conigli d’altro canto hanno numerosi nemici naturali – i coyote, i tassi, i falchi, le aquile, i serpenti, e una marea di altri. Non ultimo tra questi è lo stesso uomo, che sicuramente spara e uccide centinaia di volte altrettanti conigli e altrettante aquile. Nonostante ciò il coniglio, a causa della sua fertilità, non ha problemi a ritagliarsi un vantaggio contro gli uomini e il resto dei suoi nemici naturali.

Ovviamente la sopravvivenza della specie richiede un alto tasso di fertilità.

Anche il lupo grigio canadese è un predatore, ma nel regno degli animali. Abbiamo raccolto molti dati sugli abituali stili di vita da uno scrittore e naturalista, che è andato nella zona dei labrador nel nord del Canada per osservare la popolazione del lupo in generale, e in particolare una famiglia di lupi composta da tre adulti.

I lupi sono degli animali estremamente interessanti e degli animali davvero incompresi. Essi sono dei nomadi esploratori a quanto è risaputo comunemente, ma in realtà sono delle bestie stanziali, che hanno dei territori grandi e stabili.

Il naturalista ha scoperto che questa famiglia di tre adulti aveva un territorio ben stabilito per loro e consisteva approssimativamente in circa 160 chilometri quadrati. I confini sono stati tracciati urinando su certi punti attorno all’intera circonferenza del loro territorio. Una volta alla settimana, più o meno, facevano il giro dei possedimenti della famiglia e tracciavano nuovamente i punti dei confini. Il loro territorio confinava con altri due possedimenti di lupi limitrofi, ma non c’era traccia di alcun dissapore o di scontri per i confini e ogni clan rispettava quello dell’altro.

Questo sottolinea di nuovo che anche gli uccelli come le aquile, e gli animali come i lupi, comprendono l’importanza di avere dello spazio e un territorio all’interno del quale poter girare e provvedere alle loro famiglie, e per questo una mole minima di territorio è necessaria in modo da poter supportare le proprie famiglie.

I lupi sono ben organizzati e conducono una vita ottimamente strutturata. Nonostante ciò non è del tutto conforme ad un programma stabilito, tuttavia seguono un modello molto ben strutturato. I maschi cacciano di notte ma stanno all’interno dei confini del loro territorio. Le femmine di solito stanno nelle tane con i loro cuccioli tranne che per piccoli viaggi all’esterno forse per l’acqua o per una visita ad un covo per accoppiarsi.

I lupi sono monogami. Si unisco una volta sola ed è per la vita. Lo stesso periodo dell’accoppiamento solitamente dura solo due o tre settimane nei primi giorni della primavera. La loro casa è una tana e molto spesso le generazioni di lupi usano la stessa tana per crescere la loro famiglia. Durante l’estate essi faranno diminuire la crescita dei caribù, (tipologia di renna, nota mia) solitamente (attaccheranno) in branco degli esemplari deboli della specie, oppure i piccoli, durante il periodo in cui il caribù va ulteriormente a nord i lupi mangeranno e nutriranno i loro cuccioli con i topi, gli scoiattoli di terra, e con ogni altra cosa che riescano a prendere.

Nonostante il lupo sia solitamente visto come un animale abietto e feroce, è in realtà veramente affettuoso e amabile nei confronti dei propri familiari e si prende cura in modo eccellente di provvedere ai i propri piccoli. Essi sono, inoltre, leali nei confronti dei loro partner con cui vivono per il resto della vita. Una figliata di quattro cuccioli è una buona media.

Dalla specie del lupo possiamo apprendere due caratteristiche notevoli: l’importanza per il lupo della terra e del territorio, e il ricambiare la fedeltà alla propria specie.

Una delle più notevoli piccole creature è l’ape. È particolarmente interessante per i nostri studi perché ha sempre un’organizzazione molto curata e una struttura sociale estremamente sviluppata. La produttività e l’attività che va avanti all’interno dell’alveare e al di fuori di esso è estremamente interessante e stupefacente da osservare.

Le api e i fiori sono due facce della stessa medaglia, esattamente come la testa e la croce di una moneta. Questa incredibile unione di creatura e pianta, coordinate ad un livello quasi incredibile, è una delle creazioni più straordinarie della Natura. Un’ape è l’unica creatura volante fatta per portare del carico pesante. Ha dello spazio di immagazzinamento e forza di sollevamento per trasportare lo sciroppo, il polline e la resina. Perciò il carico di uomini degli aeroplani può portare un carico di passeggeri di forse il 25 percento del loro stesso peso, un’ape può portare quasi il 100 percento. Per cui l’ape ha ali corte su un corpo grosso e non può brillare, nonostante ciò può sollevarsi, andare giù, o restare ferma a mezz’aria. Le sue ali a corto raggio si muovono ad un alto livello di velocità con un movimento ondeggiante a figura ad otto. Cambiando la figura ad otto (del movimento) l’ape può spostarsi in avanti, stare ferma a mezz’aria di fronte ad un fiore e analizzarlo.

Questa macchina volante ha tre posti per stipare il cargo. Uno è un serbatoio all’interno, che si riempie risucchiando il nettare attraverso il lungo fusto cavo proveniente dal gambo del fiore. Gli altri due, sono delle sacche sulle sue zampe posteriori che usa per portare il polline.

Solitamente l’ape porta il carico solo in una direzione. Per andare all’esterno ha bisogno solo di un po’ di miele come carburante, abbastanza per raggiungere l’obiettivo, dove può trovare una miriade di riserve di miele, e fare rifornimento. Il miele è così potente che una capocchia di spillo dalla mole di una briciola di quello potrà far volteggiare le ali delle api per all’incirca un quarto di miglio.

L’ape è una creatura sociale e incredibilmente intensa. L’alveare nel quale vive è come un’unità, come un animale, che vive in una bellissima casa, con delle fila di stanze suddivise in sei parti e costruite con la cera che sembra di marmo. Un piccolo alveare avrà 20.000 api, perciò un alveare di media grandezza probabilmente ne avrà 75.000 e uno grande perfino 200.000 membri. L’intero alveare palpita come una sola vita, un’unità. Un’ape incredibilmente grande che vive nel cuore di tutte loro ha generato tutte le api che sono nell’alveare. Lei è l’ape regina, che sgobba come un mulo per covare una o due migliaia di uova al giorno.

Il lavoro è tutto ben organizzato. L’alveare è costituito da dei favi e le loro celle a sei lati vengono costruite dalle api più giovani al di sotto dei diciassette giorni, che non hanno ancora raggiunto lo stadio del volo. Le api da miele godono di una certa reputazione di essere delle costruttrici ed ingegneri perché costruiscono molte fila di piccole stanze della stessa grandezza, ognuna con tre fila di muri che si riaffacciano a vicenda così da avere una forma esagonale. Senza tracciare dei confini, limiti o ambiti, loro fanno un lavoro che è ben misurato, fatto in modo saldo e che è davvero preciso nel suo insieme. I muri della cella sono soltanto una minima parte della grandezza di un’oncia.

C’è soltanto una regina nell’alveare. Eccetto per pochi fuchi ( i maschi dell’ape, nota mia ) che fecondano la regina, il resto della colonia consiste esclusivamente in api operaie. Queste lavoratrici sono sempre impegnate a raccogliere dai fiori, costruire la propria casa con la cera, immagazzinare miele e polline e distribuire il cibo.

La regina è una speciale invenzione. Le altre api lavorano così duramente che non hanno tempo per avere una qualunque sorta di prole, così la Natura ha inventato la regina, che è differente da tutte le altre e che depone tutte le uova.

Per mantenere un alveare di molte migliaia di api forte e sano, diverse migliaia di piccole api devono nascere ogni giorno. Sebbene la regina può vivere per cinque anni, le api operaie vivono soltanto 41 giorni, ed è l’incessante compito della regina rimpiazzarle quando muoiono. Lei passa la maggior parte del tempo camminando attraverso l’entrata del favo, e quando attraversa una cella esagonale dopo l’altra si prende una pausa per pochi secondi e vi deposita un uovo. Il suo lavoro richiede così tanta energia che deve avere dei servitori che la nutrano costantemente.

Quando l’ape regina è occupata nel depositare le uova, è circondata da uno stuolo di 22 api che producono la pappa reale.

Le stanno di fronte, circondandola come i raggi di una ruota.

Tutto il loro lavoro è di continuare a nutrirla con la pappa reale.

Non appena superano il limite dei dodici giorni d’età, esse sono rimpiazzate da delle api più giovani, probabilmente di sei giorni d’età, perché quest’ottimo cibo può essere fatto solo dalle teste di delle api adolescenti.

L’ape regina ha un ottimo paio di ali ma le usa solo due volpe circa nella sua lunga vita; la prima volta lo fa per fare il volo d’accoppiamento, e lo fa di nuovo per volare via per sempre dal suo alveare con uno sciame per creare una nuova casa. Non può deporre le uova, finché non è volata in cielo con i fuchi e non è ritornata indietro dal volo d’accoppiamento.

Quando i fuchi tornano nell’alveare, esigendo del miele, le api operaie si rifiutano di nutrirli ed essi muoiono di fame. Loro non sono più necessari per la vita della colonia, e così vengono abbandonati.

Le api operaie non passano la notte tra i fiori. Aspettano nell’alveare fino al sorgere del sole. Dal momento che non sanno quali fiori apriranno il calice da polline e faranno fuoriuscire il nettare la mattina seguente. O dove essi si troveranno, queste intelligenti piccole creature non mandano fuori decine di migliaia di veicoli da carico volanti in una caotica caccia all’anatra. Esse hanno dei ricognitori che fanno un lavoro di ricerca come prima cosa al mattino.

Probabilmente una dozzina di api vanno fuori in diverse direzioni e perlustrano la campagna. Volano attorno nelle vicinanze dell’alveare
a cerchie sempre più ampie, se c’è un frutteto di mele, un campo di papaveri o di erba medica, o un giardino di fagioli o piselli lì vicino oppure un prato con dei trifogli che sta germogliando, ci sarebbe una grande eccitazione nell’alveare e un intero esercito starebbe già utilizzando le sue ali e sarebbe pronto per spostarsi in pochi minuti.

Ma il bottino del giorno potrebbe essere a qualche giorno di distanza. Gli esploratori potrebbero dover cercare per miglia nella campagna. Quando uno di essi ritorna, dirà agli altri precisamente quali tipi di fiori sono aperti, e gli darà una rotta per la giusta direzione comunicandogli la distanza sul posto. Molte altre creature sono in grado di comunicare, ma poche possono eguagliare in chiarezza ed efficacia il linguaggio che le api da miele hanno sviluppato e utilizzano per comunicare con le loro compagne operaie.

Noi abbiamo spesso sentito l’espressione “impegnato come un’ape” e ci piace paragonare la produttività e l’organizzazione della colonia delle api con quella dell’uomo bianco nella sua organizzazione e produttività. Se c’è una cosa che possiamo imparare dalla naturale struttura sociale nell’alveare, è che (a) l’intera colonia funziona a causa dell’organizzazione della sua struttura sociale, (b) in modo da poter funzionare la colonia ha bisogno di un leader, in questo caso l’ape regina, (c) ognuna di esse ha la sua particolare funzione per la sopravvivenza della colonia e quando quella funzione non è più d’aiuto ( come per i fuchi ) nessun ulteriore cibo o sforzo è sprecato per loro.

Un’altra tra le creature più interessanti, che è il miglior ingegnere nel regno naturale, è il castoro.

Il castoro pesa dai 13 ai 30 chili, e raggiunge 1 metro e 9 cm di lunghezza, incluso il totale di 40 cm della sua coda piatta e a scaglioni. Le zampe posteriori sono palmate. I castori vivono nell’acqua, e costruiscono delle dighe di diverse decine di metri in larghezza e dell’altezza di 4 metri, creando degli stagni nei quali essi vivono, e in cui sono protetti dai loro nemici.

Le loro case sono larghe strutture di pali e fango che hanno delle entrate subacquee. I castori mangiano la corteccia e i rametti degli alberi, in particolar modo dei pioppi tremoli, che rosicchiano con il loro grosso dente incisivo. A volte costruisco dei canali all’incirca della lunghezza di 6 km, nei quali trasportare delle parti degli alberi per nutrirsi nei loro stagni.

Come le api, anche i castori sono ingegneri e costruttori, e sono dei piccoli lavoratori produttivi. Inoltre essi provano che l’uomo non è sicuramente l’unico ingegnere. Infatti la loro abilità di essere in grado di setacciare e trovare delle correnti appropriate per la costruzione delle loro dighe e poi costruirne una che duri abbastanza è più avanzata di quella che si dice, ad esempio, dei nativi dell’Africa, le cui tribù non si è mai saputo che abbiano costruito una diga. Infatti la casa che costruisce il castoro è in ogni caso costruita bene tanto quanto le capanne di fango che sono fatte dalle tribù native della giungla d’Africa.

Queste abilità, che hanno le api nel costruire i loro alveari, i loro favi, e le loro celle, sono le stesse che i castori hanno nel costruire le loro dighe e le loro case, sono radicate e impresse nel loro istinto e sono peculiari per loro stessi e appartengono soltanto a loro. Sono un ulteriore esempio del meraviglioso modo in cui la Natura ha dato ad ogni creatura un unico, innato istinto e le ha programmate per eseguirlo miracolosamente e in continuazione generazione dopo generazione. Non c’è nulla di più miracoloso di questo istinto, con tutte le dettagliate informazioni che devono essere trasmesse tramite i geni microscopicamente piccoli attraverso una catena ininterrotta di generazioni. Indubbiamente la Natura è meravigliosa.

Le api non sono le uniche creature in natura la cui vita comunitaria ruota attorno ad un leader.

Ci sono molti animali con un istinto per il branco che vivono insieme in gruppi sociali e il cui gruppo ha un capo prestabilito. I branchi di lupi, ad esempio, di solito seguono un leader. I branchi di bufalo solitamente seguono un capo branco che emana una scia. Un branco di cavalli selvaggi che va per il west di solito è guidato da uno stallone che si prende cura del suo branco e tiene gli occhi aperti (in caso) di pericolo. Gli stormi di oche, che volano a sud a causa dell’inverno, sono solitamente guidate da un’oca leader, che pianifica la rotta. Il principio del capo (o Fuehrer Prinzip, nota mia) si manifesta nel regno animale, nel regno degli uccelli, e nel regno degli insetti esattamente come è ovvio che sia nella struttura sociale umana. È radicato lì dalla Natura.

Sopra abbiamo citato gli stili di vita di diverse specie in particolare e diverse ancora le abbiamo trattate in modo generico. In sintesi di ciò che abbiamo brevemente detto in precedenza, noi possiamo formulare le seguenti conclusioni:

  1. L’universo è governato dalle leggi della Natura.
  2. Le leggi della natura sono fisse, rigide ed eterne.
  3. Le leggi della Natura si applicano alle creature viventi esattamente nello stesso modo così fermo ed inappellabile che agli oggetti inanimati.
  4. Anche la specie umana è una creatura della Natura.
  5. La Natura è interessata soltanto alla sopravvivenza della specie, e non a quella dell’individuo.
  6. Sopravvivono solo quelle specie che riescono a completarsi in un ambiente ostile, affrontare tutte le altre e allo stesso tempo tenersi ciò che è proprio o incrementarlo.
  7. La Natura tenta continuamente di fare evolvere le specie tramite la legge della “sopravvivenza del più adatto.” Essa scarta brutalmente, in genere prima della riproduzione, tutti quelli che non sono adatti, i malati e i deboli.
  8. Nella lotta per la sopravvivenza delle specie la Natura dimostra che è completamente priva di ogni sorta di compassione, moralità, o di un qualche senso di correttezza, esattamente come una qualsiasi altra specie ne è preoccupata.
  9. La Natura favorisce e promuove la segregazione interna di ogni specie e spinge le sub-specie a competere tra di loro.
  10. La Natura si oppone alla “bastardizzazione”, all’incrocio o al mischiarsi tra razze. Ha dato non solo ad ogni specie, ma anche ad ogni sub-specie, l’istintiva spinta di accoppiarsi soltanto con quelli della propria specie.
  11. La Natura ha fatto evolvere in ogni particolare specie un particolare modello comportamentale all’interno del suo ciclo vitale, che quella specie deve seguire. Ciò è chiamato istinto, una parte davvero importante e vitale della sua formazione. Ogni deviazione, ogni affievolimento oppure ogni riduzione dei suoi istinti, di solito finisce con l’estinzione di quella particolare specie o razza. La razza bianca dovrebbe prendere ben nota di ciò.
  12. Non solo la Natura assegna un particolare ciclo vitale per ogni specie, ma anche un certo tipo di ambiente a cui la specie è limitata, come ad esempio i pesci che possono vivere solo nell’acqua, gli orsi polari nelle regioni dell’Artico, eccetera.
  13. La Natura è totalmente imparziale su quale specie sopravviva, ognuna stia col suo proprio genere, nelle ostilità affrontando tutte le altre.
  14. Ogni specie è totalmente indifferente alla sopravvivenza di ogni altra specie o razza, e la Natura dice ad ognuna di esse di espandersi e moltiplicarsi nei limiti delle loro abilità. Amore e tenerezza sono riservate esclusivamente al proprio genere.
  15. Ci sono molte specie che comprendono l’importanza del territorio e che ne tracciano dei limiti perché ne hanno bisogno per la loro sopravvivenza e la crescita delle loro famiglie.
  16. Molti animali, uccelli, insetti, e altre categorie hanno una struttura sociale ben sviluppata.
  17. Il principio del capo (Fuehrer prinzip) è istintivamente radicato e utilizzato da molte specie di animali, uccelli e insetti allo stesso modo che dal genere umano.
  18. Una specie, ad esempio uno stormo di anatre, a volte muoverà una grande guerra contro un’altra specie, come nel caso di una piaga di locuste. Un branco di lupi attaccherà una mandria di buoi muschiati.
  19. Sebbene, le guerre fratricide tra le specie contro il loro stesso genere siano sconosciute in Natura, c’è un eccezione per alcune razze di esseri umani traviati.
  20. Da nessuna parte nel regno della Natura c’è una specie forte, superiore che trattiene il suo stesso progresso e la sua stessa espansione a difesa delle specie deboli, inferiori. Non c’è compassione tra una specie e l’altra, solo una competizione tra la vita e la morte.
  21. Le stesse specie stanno continuamente mutando ed evolvendosi attraverso i millenni del tempo. Ciò può essere perfino enormemente velocizzato attraverso i mezzi della selezione volontaria, come nel caso dell’accoppiamento dei cani e dei cavalli. Qualche specie si estingue. Nuove specie si evolvono. Nessuna rimane statica, ma tutte, inclusa la specie umana, sono in continuo mutamento ed evoluzione. L’evoluzione è un processo continuo.
  22. L’eterna lotta è il prezzo per la sopravvivenza.
  23. La Natura ha dato ad ogni creatura un forte istinto naturale la cui spinta fondamentale è la perpetrazione della sua propria specie o razza. Radicato in questo istinto c’è un piano completo per il suo intero stile di vita che espanderà la sua stessa stirpe, generazione dopo generazione. Una specie deve seguire il suo modello comportamentale radicato istintivamente o perire.
  24. Per ultimo, ma non da meno, la Natura indica chiaramente che è un suo piano che ogni specie si perfezioni continuamente e che si evolva, oppure che venga brutalmente eliminata dal piano dell’esistenza.

Con queste regole di base in mente, regole decretate dalla stessa Natura, ora noi daremo un chiaro sguardo a noi stessi. Osserveremo come queste stesse leggi si applichino nello stesso modo inappellabile alla specie umana in generale, e a noi, la razza bianca, in particolare. Potremo constatare se la razza bianca stia aderendo alle leggi della Natura o se stia trasgredendo a tali leggi; e finalmente, se la razza bianca, a questo punto della sua storia, è nella sua fase ascendente o se si trova verso la sua conclusione.

Fonte: Nature’s Eternal Religion – Ben Klassen

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L’armata rossa sionista – David Duke

Video di David Duke in cui denuncia i crimini di guerra, i genocidi e i massacri dell’armata rossa e dei comunisti/bolscevichi. Il Dr. Duke afferma che la più grande macchina di sterminio che sia mai esistita in tutta la storia era durante il comunismo e che i gestori ed esecutori di questo sterminio erano ebrei. I sei amministratori di più alto grado della macchina di sterminio erano gli ebrei: Aron Solts, Yakov Rappoport, Lazar Kogan, Matvei Berman, Genrikh Yagoda e Naftaly Frenkel. E 5 su 6 dei più alti dirigenti bolscevichi erano gli ebrei: Lenin, Trotsky, Zinoviev, Kamenov e Sverdlov.

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La scuola boasiana di antropologia – Kevin MacDonald

La scuola boasiana di antropologia - Kevin MacDonaldSe dovessimo descrivere il lavoro di Margaret Mead, the Coming of Age in Samoa, come un’utopia e non come un’etnografia, a quel punto si sarebbe in grado di capire meglio e si potrebbe risparmiare un sacco di tempo in inutili dibattiti (Robin Fox 1989, 3).

Molti scrittori hanno fatto notare i “cambiamenti radicali” che si sono verificati negli obiettivi e metodi delle scienze sociali, come conseguenza dovuta all’alto grado di partecipazione degli ebrei in questo ramo. (Liebman 1973, 213; vedi anche Degler 1991; Hollinger 1996; Horowitz 1993, 75; Rothman e Lichter 1982). Degler (1991, 188ff) afferma che l’allontanamento dal darwinismo come paradigma fondamentale delle scienze sociali, è dovuto ad un cambiamento ideologico piuttosto che alla nascita di nuove scoperte e di relativi dati empirici. Egli osserva, inoltre, che gli intellettuali ebrei sono stati lo strumento principale che portò al declino del darwinismo e altre prospettive biologiche nelle scienze sociali americane a partire dal 1930. (p. 200). L’opposizione degli intellettuali ebrei verso il darwinismo è un fatto risaputo (Lenz 1931, 674; vedi anche i commenti di John Maynard Smith nel Lewin [1992 43]).

Nell’ambito della sociologia, l’alto aumento di partecipazione di intellettuali ebrei nel periodo precedente la seconda guerra mondiale ha provocato una politicizzazione del settore, concetto sconosciuto ai padri fondatori della sociologia. Non è solo il fatto che i nomi di Marx, Weber e Durkheim, sostituirono quelli di Charles Darwin e Herbert Spencer, ma anche che l’unità e il senso di consenso che si aveva in quei tempi in America, lasciò il posto a un America divisa, fatto dovuto a una serie di definizioni contrastanti” (Horowitz 1993 75). Nel periodo dopo la seconda guerra mondiale la sociologia venne a tal punto monopolizzata dagli ebrei che le barzellette su di loro si diffusero moltissimo: uno non ha bisogno la sinagoga, il minyan – cioè, il numero minimo di ebrei richiesto per una funzione religiosa comunitaria – si sarebbe trovato di sicuro nei dipartimenti di sociologia; o, non si ha bisogno di una sociologia della vita ebraica, dal momento che le due cose erano diventate sinonimo “(Horowitz 1993, 77). In effetti, il conflitto etnico all’interno della sociologia americana e in misura notevole il conflitto etnico nell’ambito dell’antropologia negli Stati Uniti, è il tema di questo capitolo. Il conflitto in questione si svolse tra scienziati di sinistra ebrei e una scienza di linea conservativa protestante e empiricamente orientata che fu eclissata:

La sociologia in America ha lottato contro le affermazioni contraddittorie dei “physics envy” e i ricercatori… più impegnati nel risolvere i dilemmi della società. In questa lotta, i protestanti degli stati uniti medio-occidentali, promotori di una scienza positivista, spesso entrarono in conflitto con gli ebrei della costa orientale degli stati uniti, che lottavano per imporre l’ideologia marxista; grandi ricercatori quantitativi provenienti dall’estero, come Paul Lazarsfeld della Columbia, cercarono di interrompere il compiacimento della popolazione autoctona riguardo a tali ideologie (Sennett 1995, 43).

In questo capitolo verrà esposto prevalentemente il piano etnopolitico di Franz Boas ma vale anche menzionare il lavoro dell’antropologo strutturalista franco-ebreo Claude Lévi-Strauss, perché sembra essere spinto dalle stesse motivazioni, sebbene il movimento strutturalista francese nell’insieme non possa esser visto come un movimento intellettuale ebraico. Lévi-Strauss ha avuto molto a che fare ed è stato molto influenzato da Boas (Dosse il 1997 io, 15, 16). A sua volta Lévi-Strauss è stato molto influente in Francia e Dosse (il 1997 io, xxi) lo descrive come “il padre comune” di Michel Foucault, Louis Althusser, Roland Barthes e Jacques Lacan. Aveva un forte senso di identità ebraica e una delle sue principali preoccupazioni era l’antisemitismo (Cuddihy il 1974, 151ff). In risposta ad un’affermazione su di lui, sul fatto che lui fosse “la figura di un tipico intellettuale ebreo”, Lévi-Strauss dichiarò, alcuni atteggiamenti mentali sono forse più comuni tra gli ebrei che altrove… gli atteggiamenti che vengono dal sentimento profondo di appartenenza a una comunità nazionale, tutto il tempo sapendo che nel mezzo di questa comunità, c’è gente – sempre meno – che ti rifiuta. Una persona tiene la propria sensibilità soppressa, accompagnata dal sentimento irrazionale che in tutte le circostanze debba fare un po’ più che gli altri per disarmare potenziali critici. (Lévi-Strauss & Eribon il 1991, 155-156)

Come molti intellettuali ebrei discussi qui, i testi di Lévi-Strauss hanno mirato a conservare le differenze culturali e a sovvertire l’universalismo dell’Ovest, una posizione che convalida la posizione del giudaismo come un gruppo non assimilante. Come Boas, Lévi-Strauss rifiutava le teorie biologiche ed evolutive. Ha teorizzato che le culture, come anche i vari linguaggi, sono raccolte arbitrarie di simboli senza rapporti naturali con il proprio relatore. Lévi-Strauss si opponeva anche alla teoria di modernizzazione occidentale in favore dell’idea che non ci sono state società superiori. Il ruolo dell’antropologo doveva essere un “avversario sovversivo convinto degli usi tradizionali” (in Cuddihy il 1974, 155) nelle società occidentali, rispettando e perfino romanzando le virtù di società non occidentali (vedi Dosse il 1997 II, 30). L’universalismo occidentale e le idee dei diritti dell’uomo, sono state viste come maschere per l’etnocentrismo, il colonialismo e il genocidio:

I lavori più importanti di Levi Strauss sono stati tutti pubblicati durante la rottura dell’impero coloniale francese e hanno contribuito enormemente nel modo in cui veniva inteso per gli intellettuali… I suoi testi, scritti in modo elegante, hanno provocato una trasformazione a livello estetico nei suoi lettori, che sono stati spinti in modo sottile a provare vergogna per essere europei … ha evocato la bellezza, la dignità e la stranezza irriducibile di culture del terzo mondo, che semplicemente provavano a mantenere la loro differenza … I suoi testi avrebbero presto insospettito la nuova sinistra… che tutte le idee universali per cui l’Europa ha combattuto, la ragione, la scienza, il progresso, la democrazia liberale – sono state armi culturali specificamente modellate per depredare il non-europeo (Lilla il 1998, 37).

Degler (il 1991, 61) accentua il ruolo di Franz Boas nella trasformazione anti-darwiniana delle scienze sociali americane: “L’influenza di Boas sugli scienziati sociali americani in questioni di razza è stata enorme”. Boas partecipò a un assalto in ogni area della vita all’idea che la razza fu la fonte primaria e la causa delle differenze in capacità mentali o sociali di gruppi umani. Compii la sua missione in gran parte attraverso la sua articolazione incessante, quasi implacabile, del concetto di cultura” (p. 61). “Boas sviluppò quasi da solo un concetto di cultura in America in cui, come un solvente potente, con il passare del tempo, si sarebbe espugnata la dottrina della razza dalla letteratura di scienze sociali” (p. 71).

Boas non arrivò a occupare questa posizione avendo un punto di vista disinteressato e scientifico e irritandosi per le domande controverse … Non c’è dubbio che ebbe un interesse profondo nel raccogliere prove e argomentazioni che avrebbero portato al rifiuto e avrebbero confutato una dottrina basata sul “razzismo”, punto di vista ideologico che considerò restrittivo sugli individui e indesiderabile per la società … ebbe un interesse persistente nell’imporre i suoi valori sociali sulla professione e l’opinione pubblica. (Degler il 1991, 82-83)

Frank (il 1997, 731) fa notare la preponderanza degli intellettuali ebrei nei primi anni in cui l’antropologia di Boas si formò e l’identità ebraica tra gli antropologi nelle generazioni successive, a cui è stata data poca (downplayed) importanza nelle storie standard della disciplina. Una forte identità ebraica e il perseguimento di interessi ebraici percepiti, particolarmente in difesa di un’ideologia di pluralismo culturale come un modello per le società occidentali, sono stati il “soggetto invisibile” dell’antropologia in America poiché le identificazioni etniche e gli interessi etnici dei suoi sostenitori sono stati mascherati da una linguaggio scientifico in cui tali accuse di identificazioni e interessi, sono state pubblicamente fatte passare per illegittime.

Boas crebbe in una famiglia “ebrea e liberale” in cui gli ideali rivoluzionari del 1848 rimasero influenti. Egli sviluppò una posizione di sinistra liberale la quale è sia scientifica che politica (lo Stoccaggio del 1968, 149). Boas era fortemente legato al suo gruppo etnico (Frank il 1997, 733) e fu estremamente preoccupato dall’antisemitismo a partire da molto presto nella sua vita (il 1966 Bianco, 16). Alfred Kroeber (il 1943, 8) raccontò una storia che Boas gli aveva rivelato in confidenza, ma che non può essere provata, … che alla presenza di un udienza in cui un insulto antisemita fu lanciato in un caffè pubblico, prese l’oratore e lo butto fuori sfidandolo. La mattina seguente il suo avversario li offrì le sue scuse ma Boas rifiutò insistendo che il duello sarebbe dovuto essere portato a termine. Apocrifo o no, il racconto corrisponde assolutamente al carattere dell’uomo come lo conosciamo in America. Boas dichiarò in un commento, in risposta a una domanda riguardo a come poteva avere rapporti professionali con antisemiti come Charles Davenport – cosa che fa capire molto bene il fatto che Boas si identifichi con gli ebrei e i sui punti di vista sui non ebrei – che: “se noi ebrei avessimo preferito lavorare solo con gentili ( non-ebrei ) i quali fosse risaputo fossero al cento percento privi di sentimenti antisemitici, con chi avremmo potuto mai veramente lavorare?” (in Sorin il 1997, 632n9). Per di più, com’è stato comune tra gli intellettuali ebraici in parecchie ere storiche, Boas era profondamente ostile verso la cultura gentile, in particolar modo l’ideale culturale dell’aristocrazia prussiana (Degler il 1991, 200; lo Stoccaggio del 1968, 150). Quando Margaret Mead volle persuadere Boas a lasciarla perseguire la sua ricerca nelle isole del Mare del Sud, trovò un modo per farle cambiare idea. Sono venuto a sapere che ci fu una cosa che importava ancora di più a Boas, che la direzione presa dalla ricerca antropologica. E questo interesse fu quello di doversi comportare come un uomo liberale, democratico, moderno, non come un autocrate prussiano. Lo stratagemma funzionò perché lei aveva scoperto così il cuore dei suoi valori personali” (Degler il 1991, 73).

Concludo nel dire che Boas ebbe un forte etnocentrismo ebraico e che fu profondamente preoccupato riguardo l’antisemitismo. Sulla base delle seguenti informazioni, è ragionevole supporre che la sua preoccupazione con l’antisemitismo è stata un’influenza principale nello sviluppo dell’antropologia americana.

Infatti, è difficile evitare di arrivare alla conclusione che il conflitto etnico abbia giocato un ruolo principale nello sviluppo dell’antropologia negli Stati Uniti. I punti di vista di Boas sono stati in conflitto con l’idea prevalente di allora che consisteva nel credere che le culture si erano evolute in una serie di stati evolutivi che comprendevano lo stato selvaggio, le barbarie e la civiltà. Gli stadi sono stati associati con le differenze razziali e la cultura europea moderna (e più particolarmente, suppongo, l’aristocrazia prussiana odiata) è stata al livello più alto di questa gradazione. Wolf (il 1990, 168) descrive l’attacco dei “boasiani” nel mettere in dubbio “il monopolio morale e politico – dei non ebrei – dell’élite che aveva giustificato il suo dominio con la pretesa che le proprie virtù superiori fossero state il risultato del processo evolutivo”. Le teorie di Boas sono state anche significative per contrastare le teorie razziste di Houston Stewart Chamberlain (vedi ha DETTO, Ch. 5) ed dell’eugenista americano Madison Grant, il cui libro, Il Passaggio della Grande Razza (il 1921, 17), è stato molto critico riguardo la ricerca svolta da Boas sulle influenze ambientali in relazione alle dimensioni del cranio. Il risultato è stato quello che lo scopo dell’antropologia di Boas, è stato quello di creare una scienza esplicitamente antirazzista” (Frank il 1997, 741).

Grant caratterizzò gli immigranti ebrei come spietatamente auto interessati mentre i nordici americani commettevano il suicidio razziale e si permettevano di essere “spinti fuori a gomitate” della loro terra (il 1921, 16, 91). Grant credeva anche che gli ebrei fossero impegnati in una campagna per screditare la ricerca razziale:

È quasi impossibile pubblicare nei giornali americani qualsiasi riflessione su religioni o razze che un isterismo di massa si scatena solo a sentirne il nome… All’estero, le condizioni sono altrettanto catastrofiche, abbiamo la testimonianza di uno degli antropologi più eminenti in Francia che raccolse misurazioni antropologiche e dati tra reclute francesi, allo scoppio della grande guerra, ma le sue ricerche furono interrotte per via di influenze ebraiche, elementi – ebraici – che avevano come scopo il sopprimere qualsiasi argomento a favore della teoria delle differenze razziali in Francia. (Il 1921, xxxi-xxxii)

Una delle tattiche principali adottate dalla scuola boasiana, consisteva nel creare dubbi e incertezze riguardo alle teorie generali dell’evoluzione umana, soprattutto quelle che implicano successioni inerenti allo sviluppo, accentuando la diversità vasta e le minuzie caotiche di comportamento umano, così come il relativismo riguardo agli standards da adottare nella valutazione culturale. I boasiani sostennero che le teorie generali dell’evoluzione culturale devono attendere una catalogazione dettagliata di diversità culturale, ma in effetti nessuna teoria generale è emersa da questo corpo di ricerca nel mezzo secolo in cui dominò la professione (Rifornendo il 1968, 210). A causa del rigetto di attività scientifiche fondamentali come la generalizzazione e classificazione, l’antropologia boasiana può così essere vista come un’anti-teoria piuttosto che una teoria sulla cultura umana (il 1966 Bianco, 15). Boas si oppose anche alla ricerca genetica umana – quello che Derek Freeman (il 1991, 198) definisce la sua “l’antipatia oscurantista per la genetica”.

Boas e i suoi studenti furono estremamente preoccupati di seguire i loro piani di natura ideologica all’interno della professione antropologica negli Stati Uniti (Degler il 1991; Freeman il 1991; Torrey il 1992). Boas e i suoi soci avevano un senso d’identità di gruppo, un impegno comune e un piano cospirativo in comune, quello di dominare la struttura istituzionale di antropologia (Rifornendo il 1968, 279-280). Erano un gruppo compatto con dei piani a livello intellettuale e politico molto chiari, al confronto dei ricercatori individuali della verità totalmente disinteressati. La sconfitta dei Darwiniani “non avvenne senza esortazione considerevole del figlio di ogni madre rappresentante la giustizia”. Né era stata compiuta senza esercitare una forte pressione sia sugli amici fedeli che sui “fratelli più dubbiosi” – spesso dalla forza persuasiva della personalità di Boas (lo Stoccaggio del 1968, 286).

Entro il 1915 i “boasiani” arrivarono a controllare l’associazione antropologica americana possedendo la maggioranza, i due terzi del consiglio esecutivo (Rifornendo il 1968, 285). Nel 1919 Boas dichiarò che “la maggior parte degli studi antropologici fatti attualmente negli Stati Uniti” fossero studi fatti dai suoi studenti alla Columbia University (in Stoccaggio del 1968, 296). Nel 1926 ogni reparto principale di antropologia era gestito e diretto dagli studenti di Boas, la maggior parte dei quali erano ebrei. Il suo protégé, Melville Herskovits (il 1953, 23), afferma che i quattro decenni del monopolio (o possesso) del professorato – di Boas – alla Columbia diedero una continuità al suo insegnamento che permise loro di formare degli studenti che alla fine avrebbero composto la più grande e importante parte del nucleo professionale di antropologi americani, e che andarono poi a occupare posizioni e a dirigere la maggior parte dei principali reparti di antropologia negli Stati Uniti. In compenso formarono gli studenti che avrebbero continuato la tradizione in cui i loro insegnanti furono formati.

Secondo Leslie White (il 1966, 26), gli studenti più influenti di Boas, furono Ruth Benedict, Alexander Goldenweiser, Melville Herskovits, Alfred Kroeber, Robert Lowie, Margaret Mead, Paul Radin, Edward Sapir e Leslie Spier. Di questo piccolo gruppo compatto di studenti riuniti attorno al loro leader” (White il 1966, 26), la maggior parte furono ebrei ad eccezione di Kroeber, Benedict e Mead. Frank (il 1997, 732) menziona anche parecchi altri studenti ebrei prominenti della prima generazione di fedeli a Boas (Alexander Lesser, Ruth Bunzel, Gene [Regina] Weltfish, Esther Schiff Goldfrank e Ruth Landes). La famiglia di Sapir abbandonò i pogrom in Russia per andare a stabilirsi a New York, in cui lo yiddish era il linguaggio primario. Sebbene non religioso, si interessò presto nella sua carriera prevalentemente di temi riguardanti gli ebrei e più tardi divento un attivista per la causa ebraica, particolarmente nell’instaurazione di un centro per gli studi ebraici in Lituania (Frank il 1997, 735). Le origini di Ruth Landes mostrano anche un nesso etnico con il movimento dei boasiani. La sua famiglia fu prominente nella sottocultura ebraica di sinistra di Brooklyn e fu presentata a Boas da Alexander Goldenweiser, un amico di suo padre, un altro degli studenti prominenti di Boas.

In contrasto con la base ideologica e politica del movimento di Boas, l’ambientalismo di Kroeber e la difesa del concetto della cultura, fu “completamente teoretico e professionale” (Degler il 1991, 90). Né nei suoi scritti privati né in quelli pubblici traspira l’attenzione a domande di ordine pubblico riguardo ai neri o altre questioni generali riguardanti la razza nella vita americana, questioni che sono così cospicue nella corrispondenza professionale di Boas e le sue pubblicazioni. Kroeber rifiutò francamente e completamente la dottrina della razza come una categoria analitica così come Boas, ma arrivò a quella posizione attraverso la teoria piuttosto che l’ideologia. Kroeber sostenne che “le nostre azioni devono promuovere l’antropologia, piuttosto che battaglie in nome della tolleranza in altri campi” (in Stoccaggio del 1968, 286).

Ashley Montagu fu un altro studente influente di Boas (vedi Shipman il 1994, 159ff). Montagu, il cui nome originale era Israel Ehrenberg, fu un crociato molto visibile nella battaglia contro l’idea delle differenze in capacità mentali tra le varie razze. Fu anche molto consapevole riguardo alla sua identità ebraica, dichiarando in un’occasione che “se si riceve un educazione ebraica, si è al corrente che tutti i non ebrei sono antisemiti, e penso che questa sia una buona ipotesi sul cui lavorare” (in Shipman, 1994, 166). Montagu asserÌ che la razza è un mito socialmente costruito. Gli esseri umani sono innatamente cooperativi (ma non innatamente aggressivi) e c’è una fratellanza universale tra gli esseri umani. Idea molto problematica per molti nel periodo precedente la seconda guerra mondiale. Bisogna menzionare anche Otto Klineberg, un professore di psicologia della Columbia University. Klineberg fu “instancabile” e “ingegnoso” nei suoi argomenti contro la realtà sul fatto dell’esistenza di differenze razziali. Fu influenzato da Boas alla Columbia e dedicò il suo libro scritto nel 1935, Differenze di Razza, a Boas. Klineberg portò avanti gli stessi piani cospirativi nell’ambito della psicologia, di quelli che il suo amico e collega della Columbia – Boas -, aveva portato avanti per antropologia: liberare la sua disciplina da spiegazioni e teorie razziali sulle differenze sociali umane” (Degler il 1991, 179).

È interessante a questo proposito sapere che i membri della scuola boasiana, che ebbero la più grande rinomanza pubblica, furono due gentili (non-ebrei), Benedict e Mead. Come in parecchi altri casi storici prominenti (vedi Chs. 3, 4; DETTO, Ch. 6), i gentili sono diventati i portavoce pubblicamente visibili di un movimento dominato dagli ebrei. Infatti, come Freud, Boas reclutava gentili nel proprio movimento in modo da evitare che il fatto che il movimento fosse dominato dagli ebrei, avrebbe compromesso lo stesso movimento e fatto insospettire il pubblico riguardo al fatto che il tutto fosse fortemente legato ad interessi etnici e di gruppo ebraici (Efron il 1994, 180).

Boas idealizza lo studio classico di Margaret Mead sulla vita adolescenziale nelle isole di Samoa, con l’intento di usarlo nel dibattito di nutrimento della natura che era molto attuale e discusso al momento (Freeman il 1983, 60-61, 75). Il risultato di questa ricerca scaturi nella pubblicazione del libro “Coming of Age in Samoa”, un libro che rivoluzionò l’antropologia americana in favore dell’ambientalismo radicale. Il suo successo derivò in fin dei conti dalla sua promozione da parte degli studenti di Boas nei reparti di antropologia delle università americane più prominenti (Freeman il 1991). Questo lavoro e i modelli culturali di Ruth Benedict, furono molto influenti anche tra gli altri scienziati sociali, gli psichiatri e il pubblico in generale, a tal punto che prima della fine degli anni cinquanta, diventò un luogo comune per gli americani “colti” di riferirsi alle differenze razziali umane in termini culturali e di credere che la scienza moderna ”avesse dimostrato che tutte le razze umane sono uguali” (lo Stoccaggio del 1968, 306).

Boas ha raramente citato lavori di persone al di fuori del proprio gruppo se non per denigrarli, mentre, come con i lavori di Mead e Benedict, sono stati promossi con impegno e citati in ogni occasione soprattutto nella propria cerchia. La scuola boasiana di antropologia ha così assunto le caratteristiche principali del microcosmo del giudaismo come un gruppo molto collettivistico dotato di una strategia evolutiva: un alto livello d’identificazione tra gli ebrei e il perseguire di politiche esclusive come una forte coesione nell’inseguire gli interessi comuni.

L’antropologia boasiana, almeno durante la vita di Boas, assomigliava molto al giudaismo tradizionale in diversi punti critici: fu molto autoritaria e intollerante difronte al dissenso. Come nel caso di Freud (vedi Ch. 4), Boas fu una figura paterna patriarcale, sostenendo fortemente tutti quelli che erano d’accordo con lui ed escludendo quelli che non erano d’accordo con lui: Alfred Kroeber considerava Boas come “un vero patriarca” che “ebbe la funzione influente di figura di padre, sostenendo quelli con che pensava si identificavano sinceramente con lui, ma, per quanto riguardava gli altri, era fondamentalmente indifferente e freddamente ostile se l’occasione lo permetteva” (in Stoccaggio del 1968, 305-306). “Boas possedeva tutti gli attributi del capo di un culto, un insegnante e maestro carismatico e riverito, letteralmente adorato dai suoi discepoli i quali lealtà permanente era stata efficacemente istituita” (il 1966 Bianco, 25-26).

Come nel caso di Freud, praticamente ogni cosa che Boas faceva, era vista agli occhi dei suoi discepoli come di importanza monumentale e giustificavano così il suo collocamento tra i giganti intellettuali di tutti i tempi. Come Freud, Boas non tollerava le differenze teoretiche o ideologiche tra i suoi studenti. Gli individui che furono in disaccordo con il leader o ebbero conflitti personali con lui, come Clark Wissler e Ralph Linton, furono semplicemente esclusi dal movimento. White (il 1966, 26-27) giustificò l’esclusione di Wissler e Linton con il fatto che essi avessero degli interessi etnici (ipertoni etnici). Entrambi erano non ebrei. White (il 1966, 26-27) suggerisce anche che lo status di George A. Dorsey, come un non-ebreo, fu motivo della sua esclusione dal gruppo di Boas nonostante gli sforzi intensivi che egli fece per diventarne membro. Kroeber (il 1956, 26) descrive come George A. Dorsey, “un non-ebreo dalle origini americane e dottore di ricerca ad Harvard, provò a ottenere l’ingresso al gruppo scelto ma fallì.” Come risultato di questo autoritarismo, Boas riuscì a sopprimere completamente la teoria evolutiva negli studi antropologici (Freeman il 1990, 197).

Boas fu la quintessenza dello scetticismo e un ardente difensore della metodologica rigida quando si trattava di spiegare le teorie di evoluzione culturale e le influenze genetiche sulle differenze tra gli individui, e “il merito del tutto riposava leggermente sulle spalle di Boas” (il 1966 White, 12). Sebbene Boas (come Freud; vedi Ch. 4) abbia fatto le sue congetture in un modo molto dogmatico, le sue “ricostruzioni storiche sono deduzioni, supposizioni e asserzioni insostenibili che variano dal possibile all’assurdo. Quasi nessuna delle sue supposizioni è verificabile” (il 1966 Bianco, 13). Un nemico implacabile della generalizzazione e delle costruzioni teoriche, Boas tuttavia accettò completamente la “generalizzazione assoluta a cui Margaret Mead era arrivata dopo avere indagato durante alcuni mesi sul comportamento degli adolescenti delle Isole Samoa”, sebbene i risultati di Mead fossero contrari a ricerche precedenti nell’area (Freeman il 1983, 291). Per di più, Boas permise a Ruth Benedict, senza alzare nessuna critica, di distorcere i suoi dati sui Kwakiutl (vedi Torrey il 1992, 83).

L’ intera impresa può così essere caratterizzata come un movimento politico molto autoritario concentrato intorno a un leader carismatico. I risultati sono stati straordinariamente di successo: “La professione nell’insieme fu riunita all’interno di un’organizzazione nazionale di antropologi accademicamente orientati. Generalmente parlando, hanno condiviso una comprensione comune del significato fondamentale delle varietà storicamente condizionate di culture umane nella determinazione del comportamento umano” (lo Stoccaggio del 1968, 296). La ricerca sulle differenze razziali terminò e la professione escluse completamente gli eugenetici e altri teorici razzisti come Madison Grant e Charles Davenport.

Dalla metà degli anni 30 in via, il punto di vista dei boasiani riguardo alla determinazione culturale del comportamento umano, ebbe una forte influenza sugli scienziati sociali in generale (Rifornendo il 1968, 300). I seguaci di Boas sono alla fine diventati i sostenitori accademici più influenti della psicoanalisi (Harris il 1968, 431). Marvin Harris (il 1968,431) fa notare come la psicoanalisi è stata adottata dalla scuola boasiana a causa della sua utilità come una critica alla cultura euro-americana, e, infatti, come vedremo in capitoli successivi, la psicoanalisi è un veicolo ideale per la critica culturale. Nelle mani della scuola boasiana, la psicoanalisi è stata completamente privata delle sue associazioni evolutive mentre è stata data molta importanza alle variabili culturali (Harris il 1968, 433).

La critica culturale è stata anche un aspetto importante della scuola boasina. Lo stoccaggio (il 1989, 215-216) mostra che parecchi prominenti sostenitori di Boas, compreso Robert Lowie ed Edward Sapir, furono coinvolti nella critica culturale durante gli anni 1920 che si concentrarono sul fatto che la cultura americana fosse troppo omogenea, ipocrita, e emozionalmente repressiva (particolarmente per quanto riguarda la sessualità). Il punto principale di questo programma mirava a creare etnografie di culture idilliche che furono prive dei tratti distintivi e negativamente percepiti, che caratterizzarono la cultura occidentale. Tra questi i sostenitori di Boas, per i quali la critica culturale divenne come un’ideologia del “primitivismo romantico” in cui le culture non-occidentali andarono a personificare le caratteristiche approvate dalla loro dottrina che le società occidentali avrebbero dovuto emulare.

La critica culturale è stata una caratteristica centrale delle due etnografie dei sostenitori di Boas, provenendo da lavori come Coming of Age in Samoa e Patterns of Culture. Questi lavori non sono solo erronei, ma travisano sistematicamente questioni fondamentali collegate alle prospettive evolutive riguardo al comportamento umano. Per esempio, gli Zuni di Benedict, sono stati descritti come una società priva di guerra, omicidi e in cui non vi era interesse nell’accumulare ricchezze. I bambini non sono stati disciplinati. Il sesso è stato occasionale, con poca preoccupazione per il mantenimento della verginità, possessività sessuale o fiducia nella paternità. Le società occidentali contemporanee sono, certamente, il contrario di questi paradisi idillici, e Benedict suggerisce che dovremmo studiare tali culture se vorremo essere in grado di giudicare i tratti distintivi dominanti della nostra civiltà” (Benedict il 1934, 249). Un idea molto simile se l’era fatta Mead nei confronti dei samoani e ignorò i fatti basati su evidenze in contrasto alla sua tesi (Orans il 1996, 155). I comportamenti percepiti in modo negativo sullo studio dei samoani di Mead, come la violenza carnale o la preoccupazione per verginità, sono stati attribuiti a influenze occidentali (Stocking 1989, 245).

Entrambi questi etnografici sono stati sottoposti a dure critiche. Il quadro di queste società che è emerso, è molto più compatibile con le attese evolutive che le società dipinte da Benedict e Mead (vedi Caton il 1990; Freeman il 1983; Orans il 1996; Stoccaggio del 1989). Nella controversia che circonda il lavoro di Mead, alcuni difensori delle sue teorie, hanno fatto notare possibili implicazioni politiche negative dovute alla demitizzazione del suo lavoro (vedi, ad esempio, il riassunto in Caton il 1990, 226-227). Il contesto molto politicizzato delle questioni sollevate da questa ricerca, continua in modo inesauribile.

Infatti, una conseguenza del trionfo dei sostenitori di Boas, fu che non ci sono state ricerche su aspetti come la guerra e la violenza tra le nazioni studiate dagli antropologi (Keegan il 1993, 90-94). La guerra e i guerrieri sono stati ignorati e le culture sono state concepite come produttori di miti e benefattori (gift-givers) (Orans [il 1996, 120] mostra che Mead ignorò sistematicamente i casi di violenza carnale, violenza, rivoluzioni e competizioni, nel suo studio delle isole di Samoa). Solo cinque articoli sull’antropologia di guerra apparirono durante gli anni 1950. Un fatto molto rivelatore fu quando Harry Turney-High pubblicò il suo volume guerra primitiva (Primitive Warfare) nel 1949 documentando l’universalità della guerra e della sua ferocia spesso terrificante, il libro fu completamente ignorato dalla professione antropologica – altro esempio della tattica esclusivista usata contro gli opponenti di Boas e delle sue teorie caratteristica presente negli altri movimenti intellettuali esposti in questo libro. I dati massicci di Turney-High sulle nazioni non occidentali sono stati in conflitto con l’immagine, favorita da una professione molto politicizzata i cui membri semplicemente escludevano questi dati completamente dal dibattito intellettuale. Il risultato fu un “passato pacificato” (Keeley il 1996, 163ff) e un “atteggiamento di auto-rimprovero” (p. 179) in cui il comportamento negativo delle nazioni primitive è stato rimosso in modo sistematico e selettivo, mentre il comportamento negativo delle nazioni europee non è stato solo fatto passare (excoriated) come il male assoluto ma anche reso responsabile per tutti gli esempi ancora esistenti di guerra tra le nazioni primitive. Da questa prospettiva, è solo l’inadeguatezza fondamentale della cultura europea, che previene un mondo idillico libero dai conflitti tra i gruppi.

La realtà, certamente, è l’esatto opposto. La guerra fu e rimane un fenomeno ricorrente tra le società prestatali. Le indagini indicano che più del 90 percento delle società partecipa a guerre, la grande maggioranza delle quali partecipa ad attività militari almeno una volta all’anno (Keeley il 1996, 27-32). Per di più, “ogni volta che gli appartenenti alle società moderne appaiono nella scena, le prove definitive della violenza omicida diventano più comuni, dovute al numero sufficiente di sepolture scoperte (Keeley il 1996, 37). A causa della sua frequenza e la serietà delle sue conseguenze, la guerra primitiva è stata più mortale che la guerra in nazioni civili. La maggior parte dei maschi adulti nelle società primitive e preistoriche partecipavano alla guerra ripetutamente e più volte nel corso della loro vita” (Keeley, 1996, 174).

Tratto dal libro: La cultura della critica – Kevin MacDonald

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Forze occulte (Forces occultes) – Film di Paul Riche

Forze occulte (Forces occultes) è un film antimassonico e antigiudaico del 1943 diretto da Paul Riche. Il Film è una denuncia contro la massoneria, il parlamentarismo e gli ebrei, ovvero contro il cosiddetto complotto giudaico-massonico.

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